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Decreto Anti-Gandhi: Un Assalto Diretto ai Giovani ed ai Diritti Civili in Italia

Il sit-in, pilastro della protesta non violenta, rappresenta un'eredità straordinaria nei movimenti sociali. Nato dalla lotta per i diritti civili negli Stati Uniti, questo strumento di dissenso fu impiegato per la prima volta dagli afroamericani che sfidavano le leggi segregazioniste che impedivano loro di sedersi negli spazi pubblici riservati ai bianchi: ristoranti, cinema, autobus. Il gesto storico di Rosa Parks, che nel 1955 rifiutò di cedere il proprio posto su un autobus, scatenò un'ondata di sit-in, sostenuti da Martin Luther King Jr. I manifestanti, ispirati ai principi gandhiani, sceglievano di restare seduti in segno di sfida, in attesa dell'inevitabile intervento della polizia, senza opporre resistenza all'arresto, ma rimanendo saldi nella loro posizione. Questa forma di protesta pacifica si è diffusa a livello globale, diventando un simbolo della lotta per la giustizia: dagli 800 studenti arrestati a Berkeley nel 1964 ai movimenti contemporanei per la giustizia ambientale e sociale.

Oggi, in Italia, questa potente forma di dissenso rischia di essere soffocata. Con l'introduzione del nuovo decreto sicurezza, il Paese si avvicina pericolosamente a una deriva autoritaria, come denunciato dall'OSCE, che avverte: questa legge mina i principi fondamentali del diritto penale e dello Stato di diritto.

La posta in gioco è altissima: sono stati introdotti 24 nuovi reati, e i principali bersagli sono coloro che da sempre lottano per un futuro migliore: giovani, migranti, studenti e lavoratori. I movimenti che si battono per la giustizia climatica, i diritti umani e la dignità sul lavoro sono ora nel mirino di questo decreto.

Ciò che un tempo era una legittima forma di dissenso pacifico – come un semplice sit-in o una marcia – rischia ora di essere etichettato come un atto criminale. Bloccare una strada o una ferrovia per protestare contro ingiustizie sociali o devastazioni ambientali potrebbe costare fino a due anni di carcere. Non è più la violenza il metro della criminalizzazione: è il dissenso stesso a essere sotto attacco.

Il semplice atto di manifestare pacificamente diventa sufficiente per incorrere in sanzioni severe e sproporzionate.

Il decreto introduce anche pene più severe per chiunque causi danni durante una protesta. Se si danneggia una proprietà, si rischiano fino a cinque anni di carcere; se vengono ferite persone, le condanne si aggravano ulteriormente. Ciò significa che le proteste studentesche – le occupazioni di scuole e università per chiedere politiche educative più giuste – diventano potenziali reati, così come le manifestazioni dei lavoratori per condizioni più dignitose.

Persino la resistenza passiva, emblema della protesta non violenta, viene ridefinita come un crimine. Pene draconiane, fino a vent'anni di carcere per proteste nei centri di detenzione per migranti (CPR) o nelle carceri, calpestano apertamente i principi sanciti dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Gli scioperi e le manifestazioni a difesa del lavoro o contro le chiusure aziendali verranno soffocati con la forza della legge. Chi lotta per la giustizia climatica o si oppone a progetti ecologicamente distruttivi viene ora trattato alla stregua di un criminale.

Non si può nemmeno ignorare la discriminazione lampante nei confronti dei migranti. L’introduzione del divieto di possedere una SIM card senza un permesso di soggiorno valido non è solo assurda, ma un esempio eclatante di razzismo istituzionalizzato. Viene negato ai più vulnerabili un diritto basilare alla comunicazione, emarginando ulteriormente chi già si trova ai margini della società.

Il decreto colpisce anche il cuore dei diritti dei lavoratori. Bloccare una strada o scioperare per protestare contro i licenziamenti o la chiusura delle fabbriche potrebbe ora portare alla prigione. I lavoratori, già in difficoltà a causa delle crisi economiche, vengono trattati da criminali per aver difeso la loro dignità. Le pene sono inaudite e sproporzionate, chiaramente pensate per stroncare ogni forma di resistenza.

L’OSCE ha lanciato un avvertimento severo: questo decreto non si limita a scoraggiare comportamenti illeciti, ma mira apertamente a sopprimere l’esercizio dei diritti fondamentali. L’Italia rischia di trasformarsi in un Paese dove protestare pacificamente diventa impossibile, dove la democrazia viene soffocata dal peso della repressione legale. Mentre il malcontento sociale cresce e i giovani combattono per un futuro più giusto ed equo, il governo risponde con la repressione, spegnendo ogni speranza con il pugno di ferro della legge.


 
 
 

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